Categorie: Cloud

L’adozione del cloud computing sta crescendo rapidamente e nel 2020 la spesa in tecnologie as-a-service varrà sei volte il mercato dell’IT tradizionale, secondo le stime di Idc.

Tuttavia, molte aziende faticano a trarre effettivo valore dalla migrazione sulla nuvola, perché non considerano il cloud all’interno di una strategia lungimirante, volta alla revisione e riorganizzazione di infrastrutture, processi e modello organizzativo IT nella loro totalità. Spesso si considera l’introduzione di soluzioni IaaS, PaaS o SaaS come un punto di arrivo e non come un mezzo per raggiungere i più ampi obiettivi della trasformazione digitale che passano per una inevitabile maggiore scalabilità, efficienza e ammodernamento dei sistemi informativi, procedendo invece a macchia di leopardo con progetti localizzati su singole aree.

Se l’obiettivo è la ricerca del miglior percorso di migrazione allora il primo passo in assoluto è la mappatura delle applicazioni aziendali per definirne il livello di criticità ed il grado di migrabilità che a loro volta implicano la capacità o meno di applicare uno dei seguenti approcci: 

  1. L’approccio “lift-and-shift”, ovvero la semplice trasposizione sulla nuvola delle soluzioni presenti in azienda senza effettuare modifiche architetturali e applicative. Questo approccio è il più semplice a livello di migrazione, ma normalmente è applicabile ad un set di applicazioni che spesso non includono i sistemi core aziendali. L’effort associato alla migrazione è basso, ma c’è il rischio di non conseguire i benefici promessi dal cloud e addirittura aggiungere costi e complessità nelle architetture IT. 

  2. L’approccio “replatforming” consiste nel modificare il framework tecnologico sottostante l’applicazione rendendolo compatibile con le logiche cloud di scalabilità. L’effort associato a questo tipo di approccio è più elevato del precedente, ma garantisce la possibilità di conseguire i vantaggi di flessibilità ed elasticità tipici del cloud. 

  3. L’approccio “refactoring”, ovvero una profonda reingegnerizzazione dell’applicazione e del framework tecnologico sottostante con l’obiettivo di sfruttare al massimo i meccanismi peculiari del cloud selezionato. L’effort di migrazione associato a questo approccio è elevato, ma i benefici in termini di sfruttamento di meccanismi di orchestrazione, automatizzazione, elasticità e scalabilità sono massimi. Il trade-off risiede nel fatto che tanto più si spinge sull’utilizzo di meccanismi peculiari di un cloud provider, tanto più aumentano le barriere all’uscita da quest’ultimo, inficiando la possibilità di migrazioni di workload successivi e creando il fenomeno del “lock-in” che riduce nel medio lungo il potere contrattuale del cliente verso il particolare cloud provider.

Ancora una volta, il successo delle iniziative as-a-service viene decretato dalla capacità di una visione di insieme e non da una serie di scelte tattiche, decise esclusivamente in base alle contingenze. Serve quindi una strategia che contempli la possibilità di adottare diversi modelli di Cloud sourcing, la possibilità di garantirsi un veloce scale-up di performance e livelli di servizio, la disponibilità di una soluzione integrata, multi-piattaforma e multi-cloud per la Business Continuity ed un approccio moderno in materia di sicurezza, metodologie agile.

 

Fallimento dell’approccio tattico

Se i migliori cloud provider permettono maggiore flessibilità e minori costi IT grazie alla migrazione completa in un modello Hybrid Cloud esteso ed integrato, non sempre le aziende sono pronte a cogliere i benefici dell’as-a-service.

L’accesso alle funzionalità tipiche del Cloud (per esempio, i contratti pay-per-use, la scalabità delle risorse, la modalità di configurazione self-service) non è sufficiente a creare innovazione sostanzialmente per due ragioni. Innanzitutto, perché le soluzioni tradizionali (monolitiche, con risorse tendenzialmente più statiche e con necessità di elevate performance e Livelli di Servizio) funzionano con logiche differenti rispetto alle tecnologie cloud-based estremamente dinamiche: qualora l’applicazione non permetta nativamente di poter essere migrata nel mondo Open, prima di qualsiasi migrazione, si renderebbe necessario un replatforming delle architetture e dei processi, perché spostare tout-court gli asset dai sistemi aziendali alla nuvola non garantirebbe gli obiettivi di efficienza e agilità auspicati. E questo replatforming spesso ha tempi e costi non sempre gestibili. In secondo luogo, il team IT aziendale è abituato a sviluppare le applicazioni secondo le logiche tradizionali e occorre una rifocalizzazione delle competenze secondo i più moderni approcci as-a-service. Anche in questo caso i tempi per convertire le competenze sono di medio-lungo periodo.

La security può fornire un esempio calzante del cambio di passo necessario: se prima bastava una difesa perimetrale, con la formazione degli ecosistemi cloud estesi e senza confini la protezione deve essere sul dato stesso.

 

La strategia corretta per il cloud journey

Un cloud-journey di successo prevede quindi una serie di fasi sequenziali:

  1. analisi della mappa applicativa esistente
  2. definizione degli obiettivi in termini di efficienza, performance e dei Livelli di Servizio,
  3. virtualizzazione degli asset (quando possibile),
  4. razionalizzazione e standardizzazione,
  5. applicazione delle migliori practice di Cloud Sourcing ai diversi Cluster Applicativi (sistemi Legacy, piattaforme Open, piattaforme di innovazione (AI, IoT, Machine Learning ecc)
  6. implementazione di modello di Business Continuity dei processi applicativi critici
  7. governance del modello Hybrid/multi cloud

 

E’ evidente che si tratta di applicare modelli diversi ad ambiti applicativi tecnologicamente molto distanti tra loro. Le applicazioni tradizionali girano su risorse di calcolo, storage e rete tagliate su misura e richiedono un grande effort per la configurazione, il testing e la manutenzione, che tipicamente erodono circa l’80% del tempo del personale IT in mansioni operative non legate al business aziendale. Dal lato opposto tutti i progetti di innovazione aziendale (customer engagement, ecommerce, eservice, IoT e AI) che rappresentano il futuro per l’azienda, hanno necessità di un approccio scalabile, flessibile, di performance e investimenti economici e di skills difficili da trovare ma che rappresentano soltanto il 20% delle attività e dei budget IT.

E’ evidente che un approccio al Cloud Ibrido permetterebbe alle organizzazioni IT di creare efficienza anche per le applicazioni critiche-legacy liberando budget e risorse da dedicare ai progetti di trasformazione aziendale. La possibilità di accedere attraverso il cloud a soluzioni che abbracciano entrambi i mondi Legacy e Non permette di configurare le infrastrutture IT secondo modelli che contribuiscono a ribaltare questa percentuale.

Secondo McKinsey, il cloud permette di tagliare i costi IT del 30-40%, di scalare gli asset secondo le necessità di business, di accedere a risorse potenti che consentono le più sofisticate e moderne applicazioni (per esempio, analytics e machine learning), di migliorare la qualità del servizio grazie alla riallocazione dinamica e automatizzata delle risorse.

Ovviamente, come già detto, tutti questi benefici non sarebbero possibili senza un ridisegno a monte della strategia IT e del nuovo modello organizzativo che ne consegue. Il cloud in questo senso dovrebbe essere visto dalle aziende come l’occasione per ripensare i sistemi informativi in ottica di razionalizzazione e standardizzazione, avendo chiaro in mente che l’obiettivo ultimo deve essere guidare la trasformazione digitale dell’azienda che senza IT non può semplicemente avvenire e che soltanto con questo approccio la nuvola può portare i vantaggi auspicati.

 

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