Categorie: Business Continuity

Nell’industria alimentare, il business continuity management è la principale garanzia di resilienza.I fatti degli ultimi due anni, tra le conseguenze della pandemia e del recente conflitto in Ucraina, hanno creato discontinuità nelle principali supply chain di generi alimentari,

 determinando impatti tangibili sui mercati e sull’operatività delle aziende coinvolte.  

 

Business continuity management e i rischi della food industry 

L’industria del food & beverage è soggetta a tutti i rischi di qualsiasi attività d’impresa, cui ne aggiunge alcuni specifici. Innanzitutto, è una industry fortemente regolata in tutto il mondo, oltre a essere dipendente (come si è visto) dall’operatività e dall’efficienza di supply chain sempre più distribuite. Nell’ottica di un business continuity management efficace, le imprese devono (tra l’altro) organizzare linee di fornitura alternative, pianificare correttamente le attività produttive e logistiche in funzione dei vincoli di conservazione degli alimenti (logica FEFO, First Expired First Out), garantire la tracciabilità e la rintracciabilità richiesta dalla normativa, combattere le frodi alimentari e tutelare al meglio tutte le proprie risorse produttive. 

 

Quanto sopra si aggiunge alla necessità di gestire molte altre fonti di rischio: un massiccio turnover dei dipendenti, la perdita/sottrazione di dati, interruzioni nelle forniture energetiche, guasti delle infrastrutture IT, incidenti e molto altro.  

La pervasiva digitalizzazione dei processi e degli ambienti produttivi, un percorso che l’industria alimentare ha avviato da molto tempo, determina efficienza, produttività, innovazione e agilità, ma crea anche nuove sfide per via del legame sempre più stretto tra l’infrastruttura IT e la continuità del business: guasti ai server, attacchi cyber, problemi di rete, per non parlare di fenomeni naturali (alluvioni, terremoti) e atti di terrorismo, possono bloccare l’operatività dell’azienda, assoggettandola a danni finanziari, reputazionali e a rischi di compliance. 

 

Il business continuity management serve a rendere resiliente l’impresa di fronte a tutti questi rischi, garantendo non tanto una rapida ripresa dell’operatività in caso di disruption – che sarebbe il fine del Disaster Recovery – quanto la prevenzione degli eventi dannosi e la preservazione dell’operatività anche di fronte a fattori inaspettati e/o catastrofici. Disciplinato da appositi standard, come ISO 22301, il business continuity management è una metodologia di gestione organizzativa atta a prevenire gli eventi negativi e a gestirli minimizzando gli impatti sull’operatività della struttura e sull’ecosistema nel quale opera. Date le moltissime fonti di rischio, avere un approccio efficace alla gestione della continuità operativa è una necessità per qualsiasi impresa operante nella food industry. 

 

Il cloud come fattore di innovazione e di business continuity nel food  

Il business continuity management garantisce la protezione dei dati e l’operatività continua dei sistemi mission-critical, su cui di fatto si basa il business nella food industry: le piattaforme ERP, i sistemi di controllo e supervisione della produzione, gli impianti logistici e molto altro. Sulla continuità del business ha dunque un peso straordinario la resilienza del comparto tecnologico aziendale. 

  

L’adozione di un modello cloud giova alla business continuity. Per comprenderne i motivi, occorre confrontare le varie declinazioni di cloud con la tipica infrastruttura interna (on-premise).  

Il cloud privato (hosted) e quello pubblico hanno una caratteristica comune: sono entrambi basati su infrastrutture gestite da un service provider, il cui core business è proprio quello di fornire ai clienti servizi ad altissime performance, anche in termini di resilienza. I cloud provider si avvalgono di infrastrutture solitamente più resilienti di quelle aziendali interne, dotate di componenti ridondati, più linee di alimentazione, gruppi di continuità e generatori ausiliari, il tutto a confluire in apposite certificazioni come i Tier di Uptime Institute. Il cloud, inoltre, può essere impiegato per il failover e/o lo scaling automatico dei workload on-premise: i picchi di attività determinano il provisioning automatico di nuove macchine virtuali (VM), così da sopperire immediatamente alle nuove esigenze, senza rallentare né interrompere i processi. 

  

Per quanto le aziende del food possano realizzare infrastrutture in house resilienti, difficilmente riescono ad acquisire e mantenere le stesse competenze specialistiche e l’aggiornamento costante dei cloud provider. Senza contare che, in relazione alla componente di cloud pubblico, sono gli stessi hyperscaler a indirizzare il mercato creando tecnologie e modelli di sicurezza innovativi. 

  

Infine, ma non per importanza, come scegliere l’offerta cloud che possa garantire la massima continuità del servizio? La scelta andrebbe indirizzata dalle garanzie di resilienza che il fornitore dei servizi cloud è in grado di assicurare e che confluiscono in appositi accordi sul livello di servizio (SLA). Ciò che conta maggiormente sono quindi gli asset, le competenze e le certificazioni che il cloud provider può mettere in campo. A titolo di esempio, una certificazione Tier 4 sul data center si traduce in un uptime del 99,995%, mentre la citata certificazione ISO 22301 garantisce che il provider possa contare su un efficiente Sistema di Gestione per la Business Continuity, tanti elementi che – insieme – possono indirizzare una scelta consapevole e, soprattutto, corretta.  

 

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